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Grazie #Cip

Cara Rosa, giuro che se sapessi scrivere canzoni di successo scriverei Grazie #Cip, proprio come Antonello Venditti ha scritto Grazie Roma o John Kander e Fred Ebb New York, New York. Racconto il fatto per quello che è, senza commenti e considerazioni ulteriori.
Ieri mattina, Mario, Cinzia, Tonino, Francesca, Luca e io seduti al tavolo del bar Soria per prendere caffè e cornetto prima di scendere al campo per il Palio. A un tavolo vicino sento la parola “fichi”, 5 lettere, bellissima parola, faccio un commento e il signore che ha pronunciato la parola mi dice di passare questa mattina.
Stamattina stessa ora, poco prima delle 7:30, ripasso. Il signore mi chiama con la mano, mi dice di aprire la sua auto, quella arancione, e di prendere la cassetta.
Che rimango senza parole te lo devo dire, sono emozionato, penso una cosa che di solito non penso, fotografare i fichi nella cassetta, e poi chiedo al signore se lo posso fotografare, capisco che anche agli amici seduti al tavolo fa piacere esserci, faccio la foto di gruppo e mentre la faccio penso che questo post lo devo mandare a te e Domenico per la bellissima pagina che gestite, poi magari dopo lo pubblico anche su Lavorobenfatto.org, però prima voi.
Ah, il signore dei fichi è quello al centro della foto, un poco a destram gilet blu su maglietta bianca, per ora non consoco il suo nome, lo chiedo a Jepis appena lo vedo, ma magari lo conosci tu, a me per ora piace sottolinearlo il fatto che una persona con cui neanche mi conosce se non di vista stamattina ha colto i fichi per me e me li ha portati.
Che ti devo dire cara Rosa, come sai sono un vecchio scugnizzo di Secondgliano che ha fatto tanti chilometri e ha conosciuto tanti posti in vita sua, eppure io una comunità che mi ha accolto come Caselle in Pittari, qui il nome per esteso ci vuole, non l’ho mai incontrato.
Grazie di cuore al signore dei fichi, e grazie di cuore a #Cip. Ma grazie assai. Davvero.

P. S.
Il signore dei fichi si chiama Rocco Esposito, meglio noto come ‘u sacristano.
Grazie a Graziano Ferraro che mi ha detto il suo nome.

Lo conosci Vincenzo?

di Rosa de Laurentiis e Domenico Soriano

LO CONOSCI VINCENZO?
Sarà capitato di vederlo passeggiare per Caselle, è un uomo alto, capelli bianchi corti, cappello e zaino in spalla. Lo vedi nel tragitto che fa dalla casa al Palazzo, dove soggiorna quando è qui, fino alla Jepis Bottega del suo amico e collega Giuseppe Jepis Rivello.
Lungo la strada a volte fa i capelli da Mario Barbiere DeGiulio, mangia la pizza da Croccia Michele, prende un caffè da Angelo Soria…
Se ti è capitato di sentirlo parlare, ha quel simpatico e orgoglioso accento partenopeo che rende piacevole qualsiasi tipo di conversazione.
È Vincenzo Moretti, il primogenito di Pasquale, muratore e operaio elettrico, e Fiorentina, bracciante agricola e casalinga: due instancabili lavoratori.

CHE FA VINCENZO?
Vincenzo nella vita ha fatto e fa tante cose, riuscendo a cavalcare lo slancio che solo chi si costruisce da sé conosce: sociologo, scrittore, professore, sindacalista, conferenziere, formatore.
Grazie al fortunato incontro di amicizia e colleganza con Jepis, ha avuto modo di conoscere Caselle rimanendo affascinato dalla laboriosità dei casellesi.

VINCENZO E IL LAVORO BEN FATTO
Il tema del lavoro, infatti, è il leitmotiv di tutta la sua vita.
Con il lavoro Vincenzo ha un rapporto speciale, da sempre, da quando ancora ragazzino, suo padre gli ha fatto capire la differenza tra il lavoro fatto bene – pigliato ‘e faccia – e quello arrangiato – a meglje a meglje.
Ovviamente nel primo caso si parla di costruzione di senso e di valore, nel secondo ci si riferisce all’occupazione di un tempo, indistinta, mediocre e tiepida.
Lavorare significa fare una cosa e farla bene ed è il frutto di una aspirazione alla perfezione: non è possibile credere di poter fare una cosa buona se nell’intenzione non si lavora per creare la cosa più buona che esista.
Così da molti anni Vincenzo si è proposto una mission: divulgare esempi virtuosi del #lavorobenfatto che possano porsi come esempi possibili, reali e concreti, del giusto approccio che si deve avere nel lavoro.

MA PERCHÈ LO FA?
Perché è convinto che un lavoro ben fatto sia la chiave di volta per il cambiamento sociale, perché alla base di tutto ci sono le relazioni non solo con le persone ma anche con il lavoro, perché un lavoro ben fatto fa bene ed è conveniente per tutti, perché se la nostra vita è anche il nostro lavoro non possiamo fare diversamente, ma soprattutto perché il lavoro ben fatto è una modalità, un approccio, una consapevolezza che una volta raggiunta non sai fare diversamente e viene spontaneo, un pò come allacciarsi le scarpe mentre si guarda da un’altra parte.
Nella semplicità dell’idea, il lavoro ben fatto è quello in cui ci si prefigge di fare bene le cose, aspirando alla perfezione del gesto, qualunque esso sia, perché il valore, la bellezza, il senso, la convenienza sono i volti di azioni compiute con consapevolezza e determinazione.

COME LO FA?
Vincenzo lo fa raccontando tutto quello che conosce attraverso un blog su “Nova” de “Il sole 24 ore”, attraverso i suoi canali social, attraverso il Manifesto del #lavorobenfatto, e anche attraverso i libri che scrive.
L’ultimo nato è il libro scritto a 4 mani con il figlio Luca.
“Il lavoro ben fatto. Che cos’è, come si fa e perché può cambiare il mondo” – ci spiega Vincenzo – è il libro di una vita, dove c’è futuro, storia, racconto; un libro a cui tiene molto perché, ancora una volta, vuole che sia ben chiaro che il lavoro ben fatto non è una filosofia o una cosa astratta ma una pratica, un modo di vivere, un modo di affrontare le cose.
Stavolta, per farci entrare nella “capata” del lavoro ben fatto, ci porta in una storia che coinvolge tre generazioni, da suo padre a suo figlio, passando attraverso la sua voce narrante, in un viaggio che dura vent’anni.
Vincenzo non è solo un predicatore. Insieme a Luca, nella creazione di questo libro, ha avuto un approccio totalmente artigiano: come un comodino realizzato dal falegname, questo libro è fatto da loro in ogni sua parte, da quella creativa e di racconto, a quella grafica e stilistica con la scelta dell’impaginazione, del carattere di scrittura, dell’immagine di copertina…

VINCENZO E IL SUO SOGNO
Vincenzo ha un sogno, quello di creare la Casa del lavoro ben fatto, qui a Caselle in Pittari.
Perché proprio qui? Perché lui a Caselle ha ritrovato la semplicità della quotidianità, dal senso più pragmatico a quello più ideale, dalla vicinanza del contatto alla qualità della vita.
Ma com’è fatta questa casa? Accoglienza, condivisione e creatività – spiega Vincenzo – sono i pilastri di questa casa che dovrà essere un posto accogliente, come si è sentito accolto lui, dove stare bene, dove poter condividere idee, pensieri, prodotti e un luogo dove poter creare insieme e per la comunità.

Il libro lo trovi su Amazon.com e se ancora non sei convinto di volerlo leggere puoi fare un giro sulla pagina di Vincenzo Il lavoro ben fatto. Che cos’è, come si fa e perché può cambiare il mondo.

POST SCRIPTUM DI VINCENZO MORETTI
Una settimana fa, forse due, Rosa e Domenico sono passati da Jepis, in Bottega, e abbiamo fatto una lunga e bella chiacchierata. Ieri hanno pubblicato questo articolo su Caselle in Pittari.
Ho pensato di ripubblicarlo qui per tre ragioni:
1. perché mi fa piacere;
2. perché le pagine social fanno troppo presto a sparire negli oceani degli aggiornamenti;
3. perché vorrei chiedere a Rosa e Domenico di scrivere ogni tanto anche per lavorobenfatto.org, lo faccio non appenna li incrocio, però intanto loro lo leggono, si fanno un’idea, ci pensano su. Buona lettura.
vm

Storie di diversità

Si chiama Storie di diversità ed è un’idea, un’esperienza, una possibilità made in Cip, Caselle in Pittari, Cilento.
La racconta Giuseppe Jepis Rivello qui. Da non perdere.
Nella foto la copertina del primo appuntamento, nel post di Jepis tutti i video con le puntate già realizzate.
Buona visione.